Respingimenti

Se all'improvviso qualcuno suonasse il campanello di casa nostra per dirci che un bandito lo sta inseguendo chiedendoci aiuto, e anziché soccorrerlo gli sbattessimo l'uscio in faccia, che opinione avremmo di noi stessi? E se invece di essere inseguito da una persona che minaccia di ucciderlo, il nemico ad inseguirlo fosse la fame, cosa che conduce allo stesso esito, non ci troveremmo davanti ad una situazione analoga?
E se, infine, invece di essere una persona sola che chiede aiuto ad un'altra, fossero molte, un popolo intero, a chiedere aiuto ad un altro popolo, non ci troveremmo davanti allo stesso tipo di fenomeno, solo accresciuto di numero, e perciò ancora più importante e pressante?
Da alcuni decenni il Club di Budapest ha calcolato che le risorse del pianeta non sono sufficienti a garantire per tutti i suoi abitanti lo stesso tenore di vita (che fra l'altro si dimostra ogni giorno di più dannoso anche per chi ne beneficia) dei popoli più ricchi. Ma alla richiesta di aiuto da parte di chi ne è estromesso si preferisce rispondere non già dando la mano che viene invocata, ma chiudendoci sempre di più nel nostro egoismo, "respingendo" chi bussa alla nostra porta, così aumentando ancora di più il gap di sopravvivenza.
Troviamo facilmente delle scusanti a questo comportamento, che altro non sono che autoinganni, sia per quanto riguarda l'accoglienza che per l'aiuto richiesto. La prima pretende la cosiddetta "reciprocità": permetteremo la costruzione di moschee solo quando anche nei paesi islamici ci sarà piena libertà di costruire chiese. Ma il cristiano ha bisogno di reciprocità per essere se stesso e dimostrarsi tale? se per praticare i propri principi deve dipendere dal comportamento altrui, non può considerarsi un vero cristiano.
La seconda dice: non dobbiamo aspettare che vengano qui (i poveri fanno sempre sfigurare), ma dobbiamo andare ad aiutarli a casa loro. Bel proposito, ma chi deve andare? Non sono forse proprio le potenze finanziarie occidentali - e oggi anche le cosiddette "emergenti" - a sfruttare le loro terre e risorse, corrompendone i regimi spesso autoritari? No, il problema lo abbiamo creato noi e noi lo manteniamo irrisolto, perciò è a partire da noi che dobbiamo cominciare.
Dovremmo vederlo come un richiamo alla nostra coscienza, una opportunità di crescita, non solo esteriore, ma soprattutto interiore. Non è certamente facile affrontarlo, ma davanti a stragi come quella recente che ha visto più di 70 persone morire nel tentativo di "bussare alla nostra porta", assecondare chi ci propone altrettanto facili e ingannevoli "soluzioni", non può che farci loro complici.

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